
Quando lo smart working ti entra in casa (e in testa)
Pensare che un microscopico virus sia riuscito a stravolgere il mondo.
Le abitudini, le relazioni, il modo di vivere… e persino il lavoro.
Ed eccoci qui: nell’era dello smart working. Che poi, “smart” per chi, sinceramente, ancora non l’ho capito.
Lo chiamano lavoro agile. Agile.
Una parola bellissima, quasi elegante. Fa pensare a qualcuno che sorseggia un prosecco guardando il mare, con il pc aperto su una terrazza assolata, il cane addormentato ai piedi e una vita perfettamente equilibrata.
La realtà invece è un’altra. La realtà è lavorare ovunque. Sempre. Senza staccare mai davvero.
In cucina, sul tavolo dove un’ora dopo dovrai cenare. Sul divano che ormai ha preso la forma della tua schiena. In camera, perché “tanto oggi ho solo due call”.
Ovunque.
La nuova uniforme da ufficio
Basta avere:
un pc,
delle cuffie,
una connessione stabile
e almeno una parte superiore del corpo presentabile.
Perché lo smart working ha creato una nuova categoria umana: quelli eleganti dalla vita in su e disastrati dalla vita in giù.
Io: camicia, blazer, trucco leggero… e sotto un glorioso paio di pantaloni della tuta consumati dalla dignità.
E inizio la giornata.
Messaggi, call e notifiche
Apro gli occhi e non ho nemmeno il tempo di capire in che universo sono e controllo il telefono. Mail. Notifiche. Riunioni spostate. Chat che lampeggiano come la palla della discoteca anni ’80.
Teams ormai è diventato una presenza mistica. Mi scrive chiunque. Sempre. E la mia faccia assume sempre la medesima espressione. La mia faccia parla addirittura più delle risposte che do in chat, ma per fortuna in questo caso non si vede!
Non importa se il mio stato dice:
«Occupata»,
«In riunione»,
«In presentazione»,
oppure probabilmente anche «in coma farmacologico».
Mi scrivono tutti lo stesso.
E mentre qualcuno mi chiama sul pc, squilla anche il cellulare. E già che ci siamo arriva pure la mail con scritto “URGENTE”, parola usata ormai anche per scegliere il font di una presentazione inutile dai famosi colori blu e le sue sfumature.
Nel frattempo suona il citofono. Il corriere. Naturalmente.
Con l’ennesimo acquisto online fatto alle 23:47 della sera prima, in un momento di fragilità mentale dopo otto ore consecutive davanti a uno schermo.
Perché lo smart working ti toglie il traffico, sì. Ma ti regala nuove forme di squilibrio psicologico. Tutti mi dicono: “Che fortuna, non fai più un’ora di macchina!”
Tolto il traffico, ma anche il confine
Verissimo.
Ma quell’ora era mia.
Era il momento in cui ascoltavo musica. Podcast. Lezioni di inglese che puntualmente dimenticavo dopo dieci minuti, perché io e l’inglese abbiamo una relazione tossica da anni.
Era decompressione.
Un confine tra la mia vita e il lavoro.
Ora il confine non esiste più.
Ora apro il pc cinque minuti dopo la colazione e lo richiudo quando ormai il mio cervello sembra una vecchia stampante inceppata.
E la cosa peggiore è che il lavoro entra ovunque.
Mentre sono in call controllo se ho scongelato il pollo per la cena.
Mentre parlo con un collega ho il cellulare incastrato tra spalla e orecchio e contemporaneamente carico la lavatrice.
E continuo a parlare.
Parlo tantissimo. Altra mia caratteristica: parlo anche in coda alla cassa con chiunque, ma questa è un’altra storia.
Finché non realizzo che da almeno tre minuti ho messo il collega in attesa con la guancia.
Quando lavoro e vita si confondono pericolosamente
Pranzo veloce. Sempre velocissimo. Non si sa bene perché, visto che sono a casa.
Ma mangiare lentamente sembra comunque illegale.
Poi ricomincia il secondo round.
Altre call.
Altri messaggi.
Altre notifiche.
Altra gente che scrive “hai due minuti?” — frase che per me si traduce in almeno quarantacinque.
La stanchezza silenziosa dello smart working
E verso sera arriva la grande illusione: “Che bello, oggi spengo il pc e sono già a casa.”
Sì.
Peccato che sono già a casa da dodici ore. E mentalmente ancora in ufficio.
Sono stanca in un modo diverso. Non la stanchezza fisica del traffico o delle corse.
Una stanchezza più subdola.
Mentale.
Silenziosa.
Appiccicata addosso.
Fine giornata? Sì, ma il pc resta acceso
Allora, trascinandomi come una comparsa di The Walking Dead, vado a farmi un lungo e schiumoso bagno caldo.
Preparo la cena. Sistemo alla meno peggio e cerco di rilassarmi.
E poi magari riaccendo pure il pc: per scrivere i miei pensieri da condividere in questo blog.
Per raccontare che no, questo smart working non ha trasformato tutti in persone libere, organizzate e felici come nelle pubblicità.
Ha semplicemente spostato l’ufficio dentro casa.
Se vuoi andare oltre il mio sfogo (letteralmente)
Nel frattempo, mentre cerco di comprendere se sto lavorando da casa o vivendo un’incessante riunione su Teams, ho scoperto l’esistenza di una vasta letteratura dedicata allo smart working.
Sono disponibili veri e propri testi di approfondimento:
- Domenico De Masi, Smart Working. La rivoluzione del lavoro intelligente, Marsilio Editori.
- Nicola De Pisapia e Michela Vignoli, Smart Working Mind. Strategie e opportunità del lavoro agile, Il Mulino, Bologna, 2021.