Ho lavorato con molti capi. E anche con dei leader.

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Immagine attuale: Man presenting quarterly sales growth chart showing 82% increase; surprised woman reacts

Quando i capi ti capitano (e non li scegli)

Di capi ne ho avuti parecchi.
Quasi tutti uomini, una sola donna. Più di dieci sicuro. A un certo punto smetti anche di contarli: li archivi direttamente per trauma, tic verbale o livello di danno organizzativo prodotto.

I capi non si scelgono. Capitano.
Come certi aggiornamenti aziendali: nessuno li ha chiesti, ma eccoli lì o certe chat aziendali che nascono per “allinearci” e finiscono per distruggere la onorabilità collettiva.

Ne ho avuti di ogni tipo: estrosi, introversi, egocentrici, zen, passivo-aggressivi, motivazionali senza motivo.
E io ho sempre cercato di cogliere il meglio da ciascuno.
Con alcuni è stato facile.
Con altri avrei avuto più possibilità trovando acqua nel Sahara con una cannuccia.

I miei capi sono stati fortunati a incontrarmi.
E no, non è arroganza: è statistica.
Perché io appartengo a quella rara categoria di persone che lavorano, pensano e — cosa gravissima — si accorgono delle cose.

Ho sempre cercato di essere diplomatica. O almeno abbastanza intelligente da non dire proprio tutto quello che pensavo durante le call, o quasi.
Che nel mondo aziendale equivale praticamente ad una fedina penale pulita nella società.

Con alcuni il rapporto è stato sincero.
Con altri sembrava di stare dentro una relazione tossica con obiettivi trimestrali.

Quando il capo è un buco nero

Ricordo un capo che facevo una fatica immensa a decodificare.
Poi c’è il fattore pelle, che per me conta tantissimo: lui non mi piaceva a pelle e credo che il sentimento fosse reciproco. Una delle poche cose autentiche della nostra collaborazione.

Di lui oggi ricordo il vuoto pneumatico.
Quelle persone che parlano tantissimo senza dire assolutamente nulla.
Quelli che parlano per slogan aziendali, assemblando “vision”, “mindset” e “sinergia” con la stessa profondità narrativa della quarta di copertina di un mediocre manuale di leadership aeroportuale.

Persone che non guidano team: li confondono.
Esci dalla riunione con la sensazione precisa di esserti perso qualcosa di importante. E infatti sì: il senso.

Quando il capo ha visione (e non deve fare show)

Poi ce n’è stato un altro che riusciva a farmi sorridere anche quando non c’era niente da ridere.
Belloccio, inutile negarlo. Ma soprattutto intelligente. Di quell’intelligenza rara che non ha bisogno di fare teatro per entrare nella stanza.
Aveva visione. E anche il coraggio di prendere decisioni, qualità oggi quasi rivoluzionaria in ambienti dove molti manager gestiscono persone come se stessero moderando una tavola rotonda.

L’arte (pericolosa) di portarti dalla sua parte

E poi il capo dei miei esordi professionali.
Io entravo nel suo ufficio con flow chart mentali, prove, argomentazioni, dati, pronta a dimostrare che una cosa fosse rossa e non bianca come sosteneva lui.

Uscivo mezz’ora dopo convinta che il bianco fosse una scelta elegante, strategica e probabilmente superiore dal punto di vista cromatico.

Questo è talento.
Manipolazione? Forse.
Leadership? Anche.

Perché convincere qualcuno ad aderire alla tua idea senza usare l’autorità è un’arte sottilissima.
Una specie di ipnosi aziendale.

La capa materna (con qualche amnesia organizzativa)

E poi c’è stata la capa materna.
Quella delle telefonate alle sette di sera in cui si passava dal budget del progetto alle questioni domestiche con la stessa leggerezza con cui si cambia argomento al bar.

La stessa che a volte non ricordava se avesse mandato qualcuno a prendere la figlia in palestra o al corso d’inglese.
Un modello organizzativo basato sul caos emotivo e sulla fiducia nel destino.

L’esperienza non è sexy, ma salva la pelle

Ora, in questa fase della mia vita professionale, i capi sono spesso più giovani di me.
Li guardo con ammirazione per quell’energia furiosa di chi pensa davvero che una call di allineamento possa risolvere qualcosa.

Ne ammiro la fame, certo.
Ma ogni tanto vorrei dire loro che le figure senior non sono il male necessario dell’organigramma. Io non sono una persona che per la mia seniority rallento l’innovazione mentre cerco gli occhiali.

Faccio parte di quelli che hanno già visto il disastro arrivare.
Più volte.
Con PowerPoint diversi, ma sempre lo stesso disastro.

L’esperienza, purtroppo, non è sexy.
Non fa engagement.
Non si racconta nei post scritti come se ogni cambio di ufficio fosse lo sbarco sulla Luna.

Però evita un sacco di cazzate.
E nel lungo periodo, aziendalmente parlando, è una soft-skill sorprendentemente sottovalutata.

Chi sono (senza impazzire)

Alla fine anche io cerco di essere quel famoso “leader”. Come mi descriverei? Autorevole e ossessiva il giusto: curo i dettagli, ma non controllo il respiro degli altri (non ancora, almeno). Lascio correre le cose, sì — purché stiano andando nella direzione che ho discretamente in mente. E quando entro in una stanza, di solito le parole sono opzionali: la mia espressione fa già il briefing, il riassunto e pure il promemoria.