Il vero sprint dell’upskilling: day One.

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Corso diecimilasettecentoventidue

Entro in aula.
Ampia, luminosa, climatizzazione impostata su “serra tropicale”.

Due giorni di formazione manageriale.
Praticamente un sequestro, ma con il badge.

Siamo in tredici: tredici anime convinte dall’azienda che passare due giorni chiusi a parlare di vision, mission e strategy sia una forma di crescita e non una punizione d’altri tempi.

Parte lui: il formatore.

Quindici minuti pieni in cui ci racconta chi è, cosa ha fatto, tutti i titoli accumulati in carriera e tutte le posizioni rigorosamente apicali ricoperte.

Ci informa subito di aver ricoperto ruoli apicali.
Molti. Ovunque. Sempre apicali.
Mai una volta che uno dica: “Guardate, nel 2009 ho anche sbagliato una roba enorme.”

No. Solo eccellenza.

Milanese, anzi no: CityLife, che ormai non è un quartiere, è uno stato mentale.

Ama Milano.
Ovviamente, quella Milano raccontata come se fosse una startup emotiva.

Detto con quell’aria di chi pensa che oltre la circonvallazione esistano solo lande agricole e persone che usano ancora Excel senza dashboard.

Io sorrido. Educata, ma dentro di me penso:
“Se questa è l’introduzione, per il pomeriggio serve un supporto psicologico.”

Parte il giro di tavolo.
La cosa più vicina a una sfilata LinkedIn che esista nel mondo reale: “Chi siete, cosa fate, qual è il vostro purpose.”

Il gruppo è eterogeneo, pari gender, corporate al punto giusto.

E poi c’è lui: il collega del 1998. Io nel 1998 lavoravo già. Lui probabilmente stava imparando a stare seduto. Cerco di non pensarci troppo.

Il corso entra nel vivo e devo ammetterlo: il CityLife Man sa parlare.

Ha quell’atteggiamento da guru motivazionale permanente, però regge bene la scena.

Ti vende anche il nulla con la sicurezza di un uomo che dice “strategy” almeno sette volte all’ora.

Naturalmente metà del corso è in inglese: non perché serva, ma perché fa management.

Bisogna essere agile.
Ma anche smart.
Con un pizzico di AI.
Visionari ma concreti.
Verticali ma trasversali.
Innovativi ma sostenibili.

A un certo punto aspettavo uscisse pure la parola “sinergia”.

Pranzo aziendale: all together

Si mangia tutti insieme.

Esperienza che conferma come il pranzo di lavoro sia il posto perfetto per parlare del nulla con una serietà inquietante. Nel giro di dieci minuti si passa dal meteo alla guerra mondiale.

Con persone che fino a un’ora prima discutevano di KPI e adesso spiegano geopolitica come fossero analisti NATO.

Mancava solo che qualcuno tirasse fuori il Risiko.
Che, a pensarci bene, sarebbe stato il momento più operativo della giornata.

Il post pranzo: la morte cognitiva

Si rientra in aula. L’ossigeno nella stanza è ormai un ricordo.

Lui parte con una digressione teorica infinita: parole, slide, modelli.

A un certo punto sento un ronzio. Pensavo fosse la vibrazione di un telefono, invece era il mio cervello che cercava di abbandonare il corpo.

L’aula piomba nel silenzio. Non il silenzio dell’attenzione, ma quello della glicemia bassa.

Allora lui capisce che ci sta perdendo. E tira fuori l’arma finale della formazione aziendale:

Il lavoro di gruppo

Che nel corporate significa: persone che non lavorano mai insieme costrette a simulare una collaborazione entusiasta davanti a dei post-it colorati.

Mi ritrovo con colleghi che potrebbero essere miei figli professionali a discutere di execution strategy.

Uno parla solo per slogan. Uno disegna frecce. Uno scrive tutto in inglese, sbagliando metà spelling ma con grande sicurezza. Io annuisco. Collaboro. Sorrido.

Ma dentro ho un solo pensiero: “Sto perdendo anni di vita e lo chiamano upskilling.”

La parte finale è il capolavoro.

Lo speaker del gruppo presenta il lavoro.

Molto convinto. Molto gesticolante. Molto “abbiamo identificato una roadmap”. Nessuno ha capito molto, ma tutti annuiscono perché ormai siamo emotivamente ostaggi.

E alla fine succede anche a me. Inizio a infilare inglesismi a caso: praticamente il cervello entra in modalità sopravvivenza corporate.

La giornata finisce in un’aula calda, satura di anidride carbonica e ambizioni manageriali.

Esco distrutta: con 86 mail non lette, call perse e un vago principio di cinismo esistenziale.

E mentre torno a casa penso:

“Forse non è la formazione a essere cambiata. Forse siamo noi che a un certo punto smettiamo di credere che una slide con scritto CHANGE possa davvero cambiarci la vita.”

To be continued…..

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