Il Venerdì Quantistico

Esistono due tipi di venerdì.
Quelli normali e quelli che precedono un ponte.
I secondi non sono semplicemente venerdì. Sono una categoria dello spirito. Una condizione psicologica. Una specie di stato alterato della coscienza collettiva in cui nessuno ha più voglia di lavorare ma tutti fingono con dignità.
Colazione con Disastro Incorporato
Io ho iniziato la giornata con il piede giusto, peccato fosse il piede di qualcun altro: ci sono giorni che nascono male.
Alle 8:30 ero già furiosa per una serie di cose che non funzionavano. Non una cosa sola, che sarebbe stato troppo semplice. No. Una raffinata collezione di piccoli disastri amministrativi, organizzativi e tecnologici.
Perché i problemi in ufficio sono come i parenti ai matrimoni: arrivano sempre accompagnati. Ne risolvi uno e ne spuntano tre.
In quei momenti capisco perché alcune specie animali scelgano l’ibernazione.
Mentre cercavo di mantenere un’apparenza professionale e di gestire con dignità una piccola crisi di nervi, immancabile appare un reminder che mi ricordava che avevo un colloquio per una posizione aperta.
Il Candidato, la Giacca e il Riscaldamento Globale
E così, con la rapidità emotiva di chi passa da “voglio cambiare continente” a “buongiorno, come sta?”, mi sono accomodata davanti a un ragazzo dall’aria giovanissima, probabilmente nato in un’epoca in cui io avevo già una casella di posta elettronica.
Fuori c’erano trenta gradi abbondanti. Lui, eroicamente, si era presentato in giacca e camicia. Una scelta che dimostrava grande rispetto per il colloquio e ancora maggiore fiducia nelle proprie ghiandole sudoripare.
Mentre cercava di mantenere un’espressione professionale, il suo organismo stava chiaramente conducendo una battaglia personale contro il caldo. E devo ammettere che, per buona parte del tempo, non ho capito se fosse più sotto pressione per le mie domande o per la temperatura dell’ufficio.
Speed Date Aziendale
I colloqui sono affascinanti.
Per un’ora due persone cercano di convincersi reciprocamente di essere esattamente ciò che l’altra sta cercando.
Una sorta di primo appuntamento aziendale, ma con meno romanticismo e molte più domande a bruciapelo.
Da una parte il candidato che cerca di spiegare perché la sua esperienza nella gestione di situazioni complesse sia rilevante. Dall’altra io, che sto cercando di capire se per “situazioni complesse” intenda davvero risolvere problemi o semplicemente uscire vivo da uffici dove nessuno prende una decisione prima del terzo tavolo di confronto.
Comunque, il colloquio è andato bene. Il candidato si è presentato e nessuno è fuggito a metà conversazione, che nel mercato del lavoro contemporaneo rappresenta già un indicatore incoraggiante.
Managerese Avanzato e Altre Lingue Morte
Archiviata questa fase, restava l’ultimo task di fine giornata.
La lunga chiacchierata diplomatica di confronto per alcune scelte organizzative.
Quelle conversazioni che iniziano con “facciamo un rapido punto” e che finiscono quando ormai hai attraversato tutte le cinque fasi dell’elaborazione del lutto.
Diplomazia è una parola elegante per descrivere l’arte di dire cose molto chiare utilizzando abbastanza giri di parole da permettere a tutti di fingere che non siano mai state dette.
Ho annuito. Ho ascoltato. Ho riformulato. Ho tradotto dal managerese all’italiano e viceversa, sempre con la mia adorata penna tra le dita, con rotazione degna di una majorette.
Perché non si dice: “Non siamo d’accordo”.
No.
Si dice: “Ci sono sensibilità differenti che meritano una riflessione condivisa.”
Che tradotto significa esattamente: “Non siamo d’accordo.”
Ma con più sillabe e soprattutto con meno rischi.
E infine, quando ogni questione era stata discussa, ridiscussa, reinterpretata e confezionata in un linguaggio sufficientemente neutro da non offendere nessuna forma di vita presente sul pianeta, è arrivato il momento più atteso.
Missione: Spegnere il Computer
La fuga.
La chiusura del computer.
Quel gesto semplice e meraviglioso con cui si spegne il portatile e contemporaneamente anche una parte delle proprie responsabilità.
Fuori c’era il ponte: breve, certo. Troppo breve, come tutte le cose belle.
Ma in quel momento mi sembrava una vacanza esotica di sei mesi.
Perché dopo una giornata iniziata con l’irritazione, proseguita con selezioni, trattative, diplomazia e sopravvivenza organizzativa, anche quarantotto ore di libertà assumono il valore simbolico di un’evasione da un carcere di massima sicurezza.
E così me ne sono andata.
Con la consapevolezza che i problemi sarebbero stati ancora lì al ritorno.
Ma anche con la soddisfazione di averli lasciati lì, almeno per qualche giorno, a moltiplicarsi senza la mia supervisione.