Ogni ufficio ha almeno una figura professionale che sfida le leggi della logica, della comunicazione e che mette costantemente alla prova i limiti della comprensione umana.

Quella collega che, dopo venti minuti di spiegazione dettagliata, documentazione condivisa, slide, schema a blocchi e forse anche una rappresentazione teatrale in tre atti, riesce comunque a guardarti e dirti: “Non mi è chiaro.”
Quando il Tasto “Ripeti” Diventa una Persona.
E lì si apre il grande dilemma dell’umanità. Non ha capito davvero?
Oppure ha capito, ma ha deciso di trascinarti in una dimensione parallela da cui il progetto non uscirà mai?
Lei parla con quella voce leggermente stridula che riesce a trasformare ogni confronto operativo in un’interrogazione di maturità. Ha almeno trenta modi diversi per comunicarti che forse non ha capito lei, ma che il problema potresti essere tu.
E così si ricomincia. Da capo, sempre da capo. Le stesse domande. Gli stessi concetti. Le stesse precisazioni. Le stesse conclusioni.
Un ciclo infinito che farebbe impallidire anche il tasto “Ripeti” di Spotify.
Nel frattempo, io sono già mentalmente tre slide avanti, due decisioni dopo e possibilmente in ferie.
Le nostre strade professionali si incrociano spesso nei progetti. E ogni volta mi domando se il problema sia il mio. Magari ho sviluppato un bias. Magari ormai parto prevenuta. Magari qualsiasi cosa dica mi sembra superficiale, fuori contesto o completamente scollegata dalla discussione in corso.
La Versione Aziendale di Me Stessa.
Poi però la ascolto. E il dubbio svanisce. Perché riesce a porre una domanda che era stata chiarita esattamente trenta secondi prima. Con un talento che meriterebbe una certificazione professionale.
In quei momenti la mia mente produce immediatamente la risposta che vorrei dare:
“Posso rispiegartelo, ma non posso capirlo al posto tuo.”
Una frase semplice. Pulita. Onesta. Liberatoria. Naturalmente non la pronuncio mai.
Perché negli anni ho frequentato abbastanza corsi di comunicazione, gestione dei conflitti, ascolto attivo e collaborazione efficace da sapere che non sarebbe considerata una best practice.
Quindi entra in funzione la versione aziendale di me stessa. Quella diplomatica. Quella educata. Quella che dopo cinque secondi di silenzio strategico sorride e dice:
“Ma certamente. Riprendiamo pure i punti, li condividiamo e li approfondiamo insieme.”
Traduzione simultanea:
“Mi hai appena condannata ad altri quarantacinque minuti di riunione.”
Ed è qui che accade la magia. Quello che avrebbe potuto essere chiuso in quindici minuti si espande fino a occupare un’ora intera. Un fenomeno misterioso che gli scienziati studieranno per secoli.
La teoria più accreditata è che alcune persone riescano a piegare il tempo attraverso domande ripetitive e richieste di allineamento.
La Pazienza: Una Risorsa Non Rinnovabile
A quel punto parte inevitabilmente la riflessione.
Sono io impaziente? Sono io che corro troppo?
Oppure è davvero possibile attraversare una riunione senza intercettare nemmeno per sbaglio il punto centrale della discussione?
Non ho ancora trovato una risposta definitiva.
So soltanto che queste persone esistono. Popolano gli uffici. Partecipano ai meeting. Intervengono nei gruppi di lavoro. E soprattutto sopravvivono a qualsiasi riorganizzazione aziendale. Forse perché rappresentano una funzione essenziale dell’ecosistema aziendale.
Servono a ricordarci che la pazienza non è una virtù. È una competenza professionale, necessaria. E probabilmente una delle poche che utilizziamo davvero tutti i giorni.
Perciò oggi non giudico più, o per lo meno ci provo. Osservo. Ascolto. Rispiego. Annuisco. Sorrido.
I Caraibi Erano una Demo.
E mentre per la quarta volta affrontiamo lo stesso identico argomento, una parte della mia anima presenta le dimissioni senza preavviso. La vedo in lontananza, sdraiata su una spiaggia caraibica, davanti a un mare talmente cristallino da sembrare photoshoppato mentre sorseggia un cocktail con più decorazioni di una sala riunioni a Natale: ghiaccio, cannuccia, ombrellino e probabilmente anche una fettina d’ananas. Intorno a lei nessuno chiede approfondimenti, nessuno propone un ulteriore allineamento e soprattutto nessuno dice: “Scusa, puoi ripetere l’ultimo passaggio?”. Il vero lusso, in fondo, non è il mare cristallino. È la comprensione immediata. E soprattutto senza colleghi che non sai mai se non ci arrivano… o se ci stanno semplicemente allenando alla santità.
Poi la visione svanisce. Il mare cristallino scompare. Il cocktail evapora. L’ombrellino si chiude. Ritorno alla realtà, ai saluti di rito e a quel momento in cui pensi di essere finalmente libera.
Finché arriva la frase: “Allora ci vediamo a breve per il consueto allineamento, come oggi.”
E io realizzo che i Caraibi erano solo una demo. La versione completa richiede ancora troppe autorizzazioni.
Nel frattempo, ditemi che non sono sola -like it-.